pensieri in libertà titolo

di- Monica Specchia

“QUANDO  LE  SIRENE DI  ITACA CANTANO...’
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articolo pubblicato sul supplemento della rivista école anno 1999

Queste parole veloci sulla carta, nascono e scorrono intorno ad un tavolo e sono disegnate sui volti di due amici che si sono trovati a parlare di progetti e speranze, a segnare un immaginario confine tra i doveri e le possibilità, tra la realtà necessaria e quella sognata, tra la realtà vista e quella da vedere, tra le facce che la compongono e quelle che la sfiorano per breve tempo, non lasciando orme.
Tra le facce incontrate dal mio amico Alessandro ci sono quelle dei ragazzi/e detenuti/e  presso il carcere minorile Ferrante Aporti di Torino dove Alessandro lavora in qualità di educatore professionale nell’ambito del progetto Itaca.

Alessandro mi accenna storie, mi dipinge volti, mi dice di contraddizioni tra la realtà delle leggi scritte o del senso comune, e quella degli sguardi di chi insegna rivolti a quelli di chi, almeno per convenzione verbale, impara non avendo altre possibilità. Questo strano dialogo fatto di domande e risposte reciproche, gestito forse più dalle emozioni che dalle regole della grammatica e della forma, diventa ora la testimonianza di un’esperienza lasciata ad Ecole, ma soprattutto la volontà di far parlare quei volti per capire quando le sirene di Itaca chiamano il mondo. Ai lettori lasciamo la volontà di leggere ed interpretare questo dialogo-messaggio liberamente.

Dopo le necessarie premesse iniziamo a raggiungere anche se solo idealmente, il Ferrante Apporti per capire e conoscere più da vicino la storia e le finalità educative del progetto Itaca. Il progetto Itaca definisce e caratterizza l’intervento del Comune di Torino all’interno del F.A che, come spiega Alessandro nella sua relazione di tirocinio, si inscrive in una compenetrazione, in una composizione di due forme di diritti che per lungo tempo, sono parsi l’una in un’inconciliabile antitesi rispetto all’altra: da un lato il diritto per i minori ad una città che”accoglie” e dall’altro il diritto di tutti ad una città “sicura”.

Ciò é stato possibile solo grazie ad un ribaltamento anche solo concettuale, delle logiche di intervento nei confronti del disagio minorile, una redistribuzione ed una parcellizzazione sul territorio, delle responsabilità, tanto nei confronti del comportamento deviante, quanto nei confronti delle iniziative volte a prevenirlo e ricomporlo. Gli assi portanti del progetto sono essenzialmente tre: interventi  del Comune di Torino all’interno del Ferrante Aporti rivolti in parte ai ragazzi /e nell’ottica di una strategia di riduzione del danno coinvolgendo i ragazzi in attività ricreative quali il teatro la pittura, il disegno , ed in parte alla città con la creazione dei "percorsi di cittadinanza" che concretizzano l’intervento educativo ed organizzativo mediante processi di sensibilizzazione riguardo al disagio giovanile e in tema di difesa dei diritti dei minori.
Infine esistono interventi rivolti verso la ricomposizione del tessuto sociale che riguardano più da vicino i doveri dei minori. Gli educatori in genere, non si avvicinano al soggetto deviante in maniera schematica non sono né “giudici né complici della devianza ma cercano di interpretare i messaggi nascosti dietro lo stereotipo della devianza tentando di rovesciare la valenza dello stereotipo stesso".

Ma lasciamo la teoria  e viaggiamo dentro Itaca, dentro un carcere ed i suoi spazi se, di spazi si può parlare...Alessandro dice “La parola spazi all’interno di una realtà così complessa e stratificata come quella di un carcere, assume diversi significati. La prima sensazione che si percepisce entrando con le gambe libere ed il cuore libero in un carcere minorile é quella data da un costante rumore di metallo, di chiavistelli, di porte e di cancelli che si chiudono: cancelli che esistono sia a livello fisico, sia mentale, sia relazionale.
Chiedo se la sensazione della segregazione mentale é immediata. Secondo Alessandro la si percepisce nel momento in cui si entra in contatto con i ragazzi, con le differenze e le similitudini presenti tra il vissuto di chi assiste alla reclusione altrui e quello di chi vive la reclusione in prima persona.
Alessandro aggiunge che un ruolo rilevante in questa situazione hanno tutte quelle figure che interagiscono direttamente con i ragazzi. Gli chiedo di elencarmi le figure più importanti e con maggior potere per la gestione della vita dei ragazzi; dalla descrizione si passa alla denuncia:

”la figura piò importante é quella rappresentata dal direttore dell’Istituto che gestisce un potere plenipotenziale,  esercita un  controllo netto su ogni aspetto della situazione carceraria ma paradossalmente chiunque può diventare direttore di un carcere minorile, agenti di custodia compresi. I detentori del potere quotidiano sono gli agenti di custodia stessi. Una loro segnalazione sul comportamento del ragazzo in senso positivo o negativo al direttore dell’istituto o agli educatori del Ministero di Grazia e Giustizia può condizionare in maniera forte l’iter educativo del ragazzo. Tra questi, una consistente minoranza ha un buon rapporto relazionale con il ragazzo/a, non é raro che un ragazzo  quando ha dei problemi si rivolga ad alcuni di loro, quelli che non rappresentano l’autorità in modo schematico:

Vengono poi gli educatori del Ministero di Grazia  e Giustizia che hanno il compito di stilare diversi  tipi di relazioni sul comportamento del ragazzo, sulla psicologia del ragazzo stesso. Ma la loro formazione é affidata essenzialmente ad un corso di formazione che dà loro competenza in ambito burocratico amministrativo e legale per stessa ammissione degli educatori, la formazione a carattere pedagogico non é contemplata a livello istituzionale, quando questa esiste, é il frutto di un percorso individuale. Successivamente, si collocano gli educatori del  progetto Itaca che hanno il compito di organizzare e gestire  le attività ricreative e lavorative sia mattutine che pomeridiane, all’interno del carcere. Sono attualmente cinque in tutto, due di loro possiedono la qualifica di educatore professionale mentre gli altri non possiedono alcun titolo specifico.
Il loro ruolo, continua Alessandro con accento  sempre più  polemico, è marginale in parte per loro scelta....Lo interrompo stupita:”Per loro scelta? ”Si, ho potuto notare che per alcuni di loro é molto più comodo, meno traumatizzante fare "l’educatore da scrivania" stare lontano anche fisicamente dalle sezioni detentive, limitandosi a progettare le iniziative e a seguirle da lontano. Questa, mi rendo conto, è una critica pesante che rivolgo alla posizione assunta dagli educatori del progetto Itaca, controbilanciata dal fatto che la gestione delle attività ricreative non é totalmente in mano a questi educatori, vi partecipano anche una decina di cooperative.

Gli  educatori delle cooperative non hanno alcun titolo specifico, la loro formazione segue ancora un percorso personale e devo dire che malgrado questo, mi é capitato di incontrare persone ricche di capacità umane e professionali. Sono sia italiani che stranieri presenti da molto tempo in Itala e proprio in virtù di questo fatto, sono loro ad occuparsi di mantenere una sorta di ponte tra la nostra cultura e le varie culture straniere con particolare attenzione alla cultura Islamica, cui fanno riferimento molti ragazzi/e detenuti/e. Infine ci sono gli obbiettori di coscienza usati in maniera schizofrenica perché per esempio, vengono utilizzati come autisti. Non sono vicini ai ragazzi, contrariamente a quello che sarebbe il loro ruolo istituzionale ed anche contrariamente a quelle che sono le loro aspettative.


Torniamo agli spazi:  cerco immagini, misure, l’istituzione totale si mostra e si racconta con il passare del tempo lentamente, faticosamente si modifica:”L’attuale  Ferrante Apporti. nasce per Regio decreto nel 1845 chiamandosi “Istituto per giovani discoli della Generala” fino al 1900 quando verrà intitolato all’abate pedagogista Ferrante Aporti. Il suo corpo fisico era costituito da quattro piani; al piano terreno esisteva il riformatorio gestito dai Salesiani in cui erano rinchiusi i ragazzi appartenenti a famiglie povere o in qualche modo poste ai margini della società (questo piano é attualmente sede della maggior parte degli uffici), ai piani superiori erano situate le sezioni detentive vere e proprie poste lungo due corridori con 50 celle ciascuno per una larghezza di 2m e 10cm, per 1m e 20cm per una altezza di 3m e mezzo e con una portata ambientale di circa 300 unità contemporaneamente, senza servizi igienici, senza finestre e con un solo termosifone che scaldava l’intero ambiente.

La situazione muta solo in seguito ad episodi gravissimi registrati intorno al 1977 culminati con la rivolta dei detenuti, alcuni casi di evasione e soprattutto con l’esposizione a livello informativo del ”caso Ferrante Aporti” fatto questo, che richiama l’attenzione del Comune di Torino che interviene nel 1979 con il compito  di migliorare le condizioni dal punto di vista fisico e di sedare le dinamiche disgregative  che avevano potato allo svilupparsi di quella situazione. Si arriva così alla situazione odierna con la dichiarata inagibilità delle sezioni più vecchie, la costruzione di nuovi bracci detentivi, razionalmente organizzati, la fine dei fenomeni di “nonnismo” carcerario, l’ampliamento delle celle (le più piccole misurano circa 5 m per 5 m) una netta diminuzione delle presenze (i detenuti/e  sono circa 26 in tutto ), sistemati  in celle che permettono la presenza di due persone per cella.
Chiedo in che modo, sotto quali forme a quali livelli si manifesta la violenza tra i detenuti in spazi più ampi. Entriamo così all’interno di una fitta rete di relazioni-messaggi, segnali in cui non esiste una sola verità  ma le verità messe in scena dai ragazzi e le ragazze del Ferrante Apporti.

Le mie certezze dogmatiche di donna libera, vanno in frantumi progressivamente mentre Alessandro risponde: - molto difficile rispondere a questa domanda ora, sono mutate molte cose per quello che concerne questo aspetto della situazione carceraria rispetto a quanto succedeva verso la fine degli anni ottanta inizio anni novanta, allora esisteva all'interno del Ferrante Apporti, una sola componente etnica. I ragazzi detenuti erano tutti italiani, tra loro c’era una condivisione degli stessi codici, dei medesimi parametri culturali. Adesso le componenti etniche presenti all interno del F A. sono almeno tre, rappresentate rispettivamente per circa un 25% da italiani, per un 60% da magrebini, per un 10% da slavi. La conflittualità più appariscente, quella che si estrinseca e si esprime nell’insulto piuttosto che nell’aggressione fisica, si verifica sovente da un gruppo verso l’altro e più raramente tra ragazzi appartenenti allo stesso ceppo culturale. Inoltre può capitare che la conflittualità sia innescata proprio dalla minoranza che teme di perdere la propria credibilità, la propria supremazia nei confronti degli altri gruppi di detenuti. All’interno del Ferrante Apporti, ad esempio, gli slavi sono una minoranza che non é sufficientemente appoggiata per porsi in una condizione di costante supremazia, mentre gli Italiani pur essendo anch’essi minoranza, ragionano secondo canoni etnocentrici, talvolta razzistici, pensando “qui siamo in Italia”.

Ma i modi ed i tempi con cui si modulano le relazioni all’interno e all’esterno del carcere non hanno mai un significato univoco e non raggiungono mai un vero equilibrio.
Dice Alessandro: “il carcere è un teatro in cui non ha spazio chi non recita almeno un palmo sopra le righe, i bisogni dei ragazzi vanno letti come se fossero nascosti dietro una lente distorta, quando un ragazzo si troverà ad un colloquio a due con un educatore esprimerà i suoi bisogni secondo certi canoni in un dato modo, quando il ragazzo sarà sempre a colloquio con l’educatore ma in compagnia dei suoi coetanei lo farà in maniera opposta o comunque differente, questo perché in ambedue i casi i suoi coetanei interrogheranno il ragazzo sul motivo ed i contenuti di quel colloquio, l’applicazione della doppia morale consente la censura pubblica di sentimenti che esprimono debolezza pur nulla tollerata.
Qual’é il confine tra solidarietà e cameratismo tra detenuti? I ragazzi del Ferrante Apporti sono i figli di una generazione drammaticamente dilaniata, divisa, quel che emerge di più é la disgregazione.

Le occasioni, le storie sono tante ed é sempre difficile decifrare con esattezza quello che i ragazzi chiedono o fanno, ci può essere il momento in cui un ragazzo prova una forte ammirazione nei confronti di un leader che attraversa un momento di crisi e allora il ragazzo lo emulerà stando ben attento a non oltrepassare un certo limite, quando invece il leader non sarà più in difficoltà il ragazzo lo seguirà senza discutere. Come vedi questo è un confine labile credo comunque, che la solidarietà si misuri in base alla disponibilità, al gesto umano.
Questo vale anche nella sezione femminile? “No,la sezione femminile ha origini  più recenti (1985) le detenute sono tutte ragazze madri  che restano a contatto con i bambini, sono tutte zingare e il rapporto con le agenti è buono, questo riduce la competitività, la conflittualità”
Quanto contano i toni di voce, i gesti, nel mantenere la propria identità di deviante? ”Nello stereotipo socialmente  accettato i devianti sono sporchi, parlano male, sono drogati,”negri”, meridionali...un ragazzo difficilmente affinerà o cambierà il proprio linguaggio, lo farà solo quando si appresterà a diventare un leader mantenendo un linguaggio crudo ma rendendolo più preciso, questo gli garantirà prestigio, attenzione confermerà il suo ruolo di leader.
In tutto questo come si inseriscono le attività educative come quelle svolte per esempio in un laboratorio teatrale?

"Gli spettacoli teatrali all’interno del Ferrante Aporti sono realizzati con la collaborazione di esterni. Attualmente io credo che non sarebbe possibile realizzare spettacoli a cui partecipino solo detenuti, non lo vorrebbero. Il teatro per loro è un rischio, significa mettere in scena se stessi, esporsi, un atteggiamento questo, non tollerato. In una realtà come quella del carcere, il teatro consente una comunicazione differente da quella a cui si è abituati, senza però permettere di essere presi in giro per questo, di essere isolati per questo . Bisogna far capre al ragazzo anche facendo leva su qualità negative presenti nello stereotipo del deviante, come ad esempio l’orgoglio, che esponendosi non corre rischi”.
Ma  questo mescolarsi con l’esterno da loro la sensazione di uscire dalla situazione carceraria? “No, i ragazzi tendono continuamente a nascondersi. Sono rassegnati al loro destino, sanno che una volta usciti dal carcere la maggior parte di loro  continuerà a commettere reati.

Quanto contano le relazioni con la famiglia, con l’esterno, nel perdurare di questo atteggiamento? ”I percorsi di devianza derivano da una pauperità di risorse economiche e da un isolamento economico- culturale nel momento in cui il 12% delle famiglie italiane viene considerato secondo gli standard  mondiali al di sotto del minimo vitale, è ovvio che esistano serbatoi di devianza, la famiglia non compatirà mai il ragazzo per il suo ruolo ma gli chiederà di essere il migliore. Questo ragionamento è il frutto di politiche socio economiche sbagliate, mancate. Tutto deriva  dal  controllo sulle risorse che determina i bisogni, l’approvazione o la riprovazione sociale......L’unica risposta possibile è quella di opporsi ad ogni teoria raziologica secondo cui la devianza è inscritta nei geni di una persona o di una società e offrire opportunità economico politiche adeguate.
Qual è  la risposta in termini  educativi? Come ci si pone di fronte ad un ragazzo? "Credo sia necessario ridurre l’asimmetria relazionale tra l’educatore ed il ragazzo per evitare che il ragazzo lo percepisca come un nemico o come il più fortunato tra i due, d’altro canto la distanza relazionale non va cancellata per evitare di essere complici bisogna parlare in modo semplice, chiaro, permettere ai ragazzi di raccontare il motivo della loro detenzione è per esempio un buon modo per entrare in relazione con loro perché i ragazzi si riconoscono nei reati commessi ed è drammatico...importante è considerare il contatto fisico come punto d'arrivo e  non di partenza nella relazione ".

Quanto spazio ha l’affettività in carcere? ”Non ne ha. I ragazzi e le ragazze non si vedono mai l’hanno fatto un’unica volta in quattro anni ed è stato un evento eccezionale, i ragazzi e le ragazze erano comunque lontani tra loro “
I rapporti amicali o sentimentali preesistenti al carcere si sfaldano? ”No, il tempo di permanenza dei ragazzi in carcere è mediamente di due o tre mesi, un tempo relativamente breve se non visto con gli occhi di un’adolescente, per loro un mese equivale ad un anno, questo spiega anche l loro tentativi di fuga dal carcere o dalle varie comunità a cui sono affidati.
Dopo quanto abbiamo  detto qualè la funzione di un carcere? A cosa serve un carcere?
“Esistono diversi tipi di risposte: la prima è di taglio giuridico secondo cui li carcere serve a permettere la commisurazione di una pena per un soggetto che ha attuato un comportamento anti sociale. La spiegazione sociologica ritiene che il carcere costituisca un occasione  per ricostruire una vergintà sociale. Da un punto di vista pedagogico alcuni poi ritengono possibile ritagliare da un percorso di vita deviante un momento per raccogliere queste capacità e volgerle al positivo, evento questo che non si verifica mai. Esisiste poi la spiegazione che io condivido secondo cui il carcere é la certezza di una diversità esistente tra due poli sociali: quello delle persone”normali” e quello delle persone devianti il carcere è l’elemento di stigmatizzazione sociale, l’elemento che separa lo stereotipo del deviante è funzionale ai 2 poli, consente all’uno di confermare la propria normalità, all’altro di trovare un identità sociale anziché negarla totalmente “
Ci sono poi due considerazioni correlate tra loro che dimosrano il paradosso dell’esistenza di un carcere: i ragazzi detenuti al Ferrante Apporti non hanno la consapevolezza emotiva della permanenza in cacere. Si muovono tra giro di devianza carcere-comununità, non è possibile penare di isolare un soggetto che ha attuato un comportamento deviante dal contesto sociale in cui l’ha attuato ponendolo in un luogo che ha regole di coportamento sociale opposte ed antitetiche a quelle che lui conosce."Molti ragazzi entrano ed esono dal carcere per circa 20 volte e non conoscono altre realtà

“Grazie Alessandro"

Monica  Specchia


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