le paure degli altri

di- Monica Specchia

Giù le maschere
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Ieri  ho "sentito" un amico via chat, e fin qui nulla di strano, solo che l’amico in questione abita a  pochi isolati da casa mia e ci vediamo pochissimo. A volte mi sorprende l’assuefazione che la gente ha verso la propria solitudine. Meglio il chat che una passeggiata? Non so ma ho sempre l’impressione che molte cene e uscite con  amici siano solo un modo per mascherare l’ansia, l’incapacità di raccontarsi, di andare in profondità, di dichiarare la nostra fragilità o il fatto che a volte senza un reale motivo ci si sente imbecilli a  pensare di  poter cambiare le cose in mezzo a tutto lo squallore che vediamo, alla pigrizia che ci viene sciorinata come modello. In fondo la nostra casa-guscio ci protegge da tutti i nemici reali o immaginari che possono bussare fuori dalla nostra porta o dentro la nostra coscienza.

Il trasch televisivo ti fa sorridere se non sai più ridere o se non hai con chi condividere una risata… mentre la reazione detta leggi, impone doveri è diritti con facce più o meno ipocrite, la contro-reazione va in scena come in teatro, quasi che la tutela dei diritti degli individui altro non fosse che teatro… Ma nel teatro vero, la maschera è lavoro, studio, irrisione del potere e gioia del contrasto tra bianco-nero e il colore per sondare l’insondabile, per far emergere reali differenze e le umane similitudini tra gli individui non veicolo per creare tifoserie di cittadini a cui regalare piazze e bandierine da sventolare

I diritti, negati o meno che siano, non rappresentano altro che la possibilità o l’impossibilità per gli individui di scegliere che vita vivere.
Scegliere con chi far l’amore o con chi fare sesso, che famiglia costruirsi, che lavoro vuoi fare.. scegliere che puoi ridere con un amico con semplicità senza bisogno di bere due o tre birre per sentirti più disinvolto, scegliere di piangere quando è il caso, di bestemmiare o pregare per qualcuno che muore sotto casa tua, inseguire la tua indignazione e non quella imposta.

Scegliere il silenzio di un filo d’erba sotto i piedi mentre cammini col naso in su e la tua città brilla al sole. Ma questo coraggio, quello di riconoscersi come esseri umani non c’è più,  meglio le nostre case guscio  e 1000 diavolerie tecnologiche e altri coraggi più guerreschi da esibire in piazza tra uno slogan e l’altro. " Siamo  diventati macchine disperate da progresso" diceva  Chaplin in Tempi moderni…

 Monica  Specchia


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