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Avevo sei o sette anni e non riuscivo a scrivere tenendo la riga o a colorare i disegni stando dentro i contorni. Per me era un’autentica tragedia. M’innervosivo e mi chiedevo perché esistessero questi stramaledetti contorni! Mia madre mi segnava lo spazio da seguire con puntini colorati mi teneva il righello fermo e mi diceva: "Segui i colori pian pianino, la manina si abitua!". Adesso ho 33 anni, un diploma magistrale in un cassetto, una laurea imminente e la manina si è abituata, anche se alcune parti della geometria mi appariranno sempre incomprensibili. La motivazione che mi ha spinto ad imparare, era la volontà di vivere ma anche una paura che, a volte ancora mi accompagna: quella che basti una porta chiusa, uno scalino troppo alto, un permesso negato per essere isolati, invisibili.
Spesso, per molti disabili vivere significa attendere, chiedere continuamente permesso, pretendere dalle Istituzioni come dagli amici e dagli amori, rispetto, dignità, ma forse prima ancora di questo il diritto all’allegria, alla partecipazione affettiva, al gioco. Sapere che la carrozzina è solo un mezzo importante perché sostituisce degli arti, ma non è altro che un mezzo, che la normalità di Monica è quel che pensa, quello che scrive, il lavoro che farà, il suo sorriso, un’oncia d’ironia seduta in carrozzina. Spesso a metterci alla prova sono proprio gli affetti più vicini che confondono la disabilita con una totale incoscienza verso le cose del mondo, il negare certe legittimecuriosità (che appartengono all’umanità intera), con il silenzio e la protezione esasperata.
Credo che conoscere l’altro che è in noi o di fianco a noi, significhi principalmente non stancarsi di fare domande (del resto lo si sa dalla Storia, i luoghi in cui si negava fisicamente la dignità e la diversità umana erano i lager e i gulag. Li era vietato fare domande) fino a sfiorare l’irriverenza e raccontarsi gli inciampi, e scambiarsi reciproche bestemmie quando l’occasione lo merita. Abituare amici e parenti alla mia quotidianità rovesciata e fracassona è forse la mia prima occupazione e forse il primo dei miei talenti, ma in taluni casi ho ottenuto risultati splendidi e ridanciani.
Certo, la disabilita è un brutto affare di coscienza anche per chi disabile non è, molti di noi sono impegnativi, costringiamo il mondo alla lentezza, alle pause, a guardarsi intorno e a riscoprire i paesaggi intimi ed urbani, e se non si ha talento in questo si corre il rischio d’essere supponenti e superbi o peggio capricciosi in virtù di una condizione, ma bisogna avere pazienza con i nostri vicini, sapere che il bello della sfida sta nella grandezza degli ostacoli da superare che il mondo è cieco per comodità e spesso veloce per pigrizia, non sempre per malafede.
Per parte mia, consiglio a tutti di continuare ad avere progetti per quanto minuscoli siano, restare legati alla vita come gli alberi alla terra, con forza ma, senza pretese ciclopiche anche se si è soli e la grandine insiste. Sappiatelo tutti, questa grandine non cesserà di cadere, inutile illudersi, e ci sarà sempre bisogno di qualcuno che segni la strada con puntini colorati e poi ci lasci andare contro vento anche quando le forze mancano.
Monica Specchia |
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