di - Monica Specchia
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Ferite contate
Sono sette come i sette peccati capitali e le sette meraviglie del mondo ma fanno molto più male e forse il loro segno interiore non passerà mai più. Sul mio corpo ho sette cicatrici. Sono il ricordo di alcuni incidenti stradali ed errori medici di varia natura e gravità, risarciti con pochi soldi che non sono serviti a farmi accettare completamente il fatto che ho rinunciato a fare i miei quattro passi quotidiani che, per quanto maldestri, erano sempre quattro passi e mi sono seduta definitivamente in carrozzina.
Con ogni probabilità, una parte di me si è cancellata il quattro gennaio 1997 entrando nel policlinico di Modena. Ero viva per miracolo insieme con i miei genitori. Piena di fratture ad ambedue i femori, alle ginocchia, punti nevralgici per una persona affetta da tetraparesi spastica. Ho passato 1 anno della mia vita, ingessata o con tutori metallici impiantati nelle gambe , stesa tra letto e carrozzina, senza poter uscire di casa e recandomi in ambulanza per i consueti controlli .
Questo è stato l’inizio di un autentico calvario in cui ho visto medici trattare il mio corpo, nel corso degli anni, in maniera meccanicista e molto spesso con autentico disprezzo, senza pudore e riservatezza, ogni volta che i conti della scienza non erano esatti, che la malattia progrediva, che i muscoli non rispondevano ad una terapia o che l’ennesimo intervento chirurgico dava complicazioni .
Perché ancora oggi la medicina o per la meno gran parte della sua pratica, è cura del sintomo e non della causa e da molti medici il corpo di un disabile è considerato terra di sperimentazione delle cure ancora prima di ipotizzare una diagnosi.... Il corpo del disabile è condannato fin dal principio ad essere vittima della sua propria imperfezione e per questo da molti medici viene considerato un corpo da sottovalutare o da esibire a seconda dei casi e dei risultati ottenuti. Si oscilla sempre da un estremo all’altro perché per molti medici il corpo del disabile è solo un involucro fastidioso, una geometria irregolare a cui proporre soluzioni miracolose e favolistiche o da condannare alla sopportazione del dolore e del dileggio anche quando in molti casi una soluzione esiste .
Sono stata riempita di sedativi quando il medico di turno non capiva l’origine di certi disturbi…riempita di antibiotici anche se non occorreva, scambiata per ipocondriaca, riempita di antidepressivi quando le patologie esistevano e non rassicurata da alcuno, quando l’ansia prendeva il sopravvento.
Come ci sente ? In prigione. Incatenata sempre e comunque dalla malattia e dal potere che medici ed infermieri avevano sul mio corpo e, troppe volte, ho avuto paura dell’umore mutevole, dell’ignoranza e della superbia scientifica di chi mi curava.
In quei momenti si sente di essere pezzi di carne divisa, macellata, esposta al supermercato della pratica medica e non più una persona, nel mio caso non più una donna, perché la propria femminilità diventa una proprietà collettiva di chi esamina, troppe volte senza cautela ne rispetto, un corpo malato , di chi ti nega una coperta dopo averti visitato, dell’infermiere che ti lascia per sette ore in compagnia dell’odore della tua orina , perché i suoi colleghi stanno cenando e, parole testuali “non se la sente in quel momento di sollevare una spastica” .
E potrei continuare l’elenco delle vessazioni subite per altre duecento pagine. Ti chiedi, da donna, perché questo sei e ti senti nonostante tutto, se il tuo corpo è solo fonte di sofferenza o anche di gioia, tenerezza e piacere per qualcuno e il dubbio e l’incertezza di non essere niente altro che dolore , ti scava dentro per anni e devi lottare contro te stessa per mostrarti chiedendo dignità, e cadi ,inciampi, vivi ,mettendoti sempre alla prova finché un giorno,con un po’ di fortuna, ti innamori di qualcuno e ti riappropri almeno in parte della tua fisicità ma sai, dentro di te, che quell’atterrito vacillare, ti insegue come fosse il lamento d’una sirena in lontananza e non passerà mai del tutto.
Ovviamente non sono stati sempre giorni amari Nel mio girovagare tra corsie d’ospedale ed inferni vari ho incontrato anche persone umanamente e professionalmente preparate a cui dovrò sempre moltissimo. Solo a loro devo il fatto di non essere letteralmente impazzita, di non essere totalmente annegata nell’odio per me stessa e per il mondo ma è inutile dire che queste persone sono parte di una silenziosa e laboriosa minoranza che non ha e non chiede riconoscimenti ufficiali ma applica diritti e un pò di umanità..
Applica la dignit à di vivere ,di curare ed essere curati e capisce anche senza aggrapparsi a posizioni ideologiche di sorta quando un corpo ed un’ intelligenza hanno bisogno di silenzio e pace, quando la cura non è più protezione del vivere di un essere umano ma ostinazione, imposizione di un’idea di vita non voluta, non scelta, come ci ricorderà per sempre il laico, disperante ,liberatorio e liberato “grazie” pronunciato in punto di morte da Pier Giorgio Welby.
Monica Specchia. |