| di - Monica Specchia |
I Disservizi Sociali
Sono disabile da 34 anni e da circa 10 i miei servizi sociali mi hanno in carico.
Torino sembra una città a portata di disabile, non vi illudete, non è cosi.
Il prototipo di disabilità a cui si fa riferimento deve garantire una certa efficienza, deve essere inserito in una rete associativa forte, ben strutturata e soprattutto non deve chiedere mai più di quanto il mercato dei sevizi sociali offre al fine di non apparire un rompiscatole improduttivo.
Fate una fotografia mentale: quartiere Vanchiglietta a Torino, via Mongrando. Prima sorpresa:
Il Servizio Sociale lì situato non è accessibile alle carrozzine se non si è accompagnati.
La porta d’entrata non ha il ferma porta in esterno e si apre dall’ interno.
C’è un montacarichi per salire ai piani superiori spesso rotto e pericoloso perché costituito dalla sola piattaforma che scorre tra le mura grezze. Salire è un impresa degna di Enea. Destinato, a quanto pare, a NON disabili coraggiosi.
Negli ultimi quattro anni si sono succeduti 7 assistenti sociali, quasi tutti assunti con contratto di formazione, spesso sospeso senza preavviso né per l’operatore sociale né per l’ utente che è rimasto senza punti di riferimento per mesi (a me è accaduto per un anno). Ma non è tutto. La tendenza generale nei metodi è quella di lasciare il disabile in balia della famiglia che spesso non è in grado di gestire ne fisicamente né soprattutto emotivamente il rapporto con il disabile ed in alcuni casi esercita una possessività morale e materiale esasperata e ricattatoria che aumenta col trascorrere del tempo e con un crescendo di difficoltà reciprocamente vessatorie concludendosi in un circolo vizioso tutto a sfavore del disabile.
Tutte le richieste poste in essere dal disabile anche quando questo non è intellettualmente interdetto vengono trascurate o vilipese e ignorate se non avallate anche dalla famiglia. In sostanza,
e per quanto mi riguarda, i servizi si rifiutano di esercitare il controllo (sarebbe nel loro ruolo istituzionale) della gestione delle risorse per non “urtare” la suscettibilità dei genitori o degli affidatari.
La lista d’attesa per l’inserimento in comunità, per altro lunghissima, viene decisa dal servizio in base ad un’interpretazione zelante di una burocrazia disumana, farraginosa e inflessibile, per priorità di cui nessuno riesce ad essere edotto e informato.
Inoltre c’è da considerare che l’edilizia sociale ha tempi pressoché infiniti, e i luoghi proposti, quando e se, magari dopo anni di attese, sono il più delle volte indecenti e inadeguati vista la pressante richiesta da parte dei disabili.
Gli interventi possibili a loro favore sono relativi solo al rientro nei capitoli di spesa dell’Amministrazione Comunale, come se le esigenze di vita di una persona disabile riguardassero solo l’economia, spogliando cinicamente di ogni valore umano le necessità di quella parte dei cittadini a cui dovrebbero essere garantiti i medesimi diritti della maggioranza.
La cosa più grave è che non vi è nessun organo che controlli l’operato dei servizi e tantomeno ne valuti la qualità (vedi incompetenza e tempi geologi del servizio infermieristico domiciliare).
Gli inserimenti lavorativi sono in molti casi ostacolati dal Comune di Torino che finanzia progetti di Avviamento all’Autonomia rivolti esclusivamente ha chi ha già un occupazione, tra l’altro questi progetti sono ancora bloccati in molti casi. In particolare il servizio sociale indicato declina ogni responsabilità in merito..
A questo desolante quadro si aggiunga, come nel mio caso personale, l’atteggiamento inqualificabile di alcune associazioni, prima tra tutte la più grande struttura di informazione per disabili di Torino, la quale gestisce totalmente i progetti legati alla disabilità, e può essere capace di ostracizzare ed escludere disabili come me sulla base di ostilità personali dovute ad antichi dissapori. Basti pensare che le assistenti (le "educatrici") sociali richiedono “opinioni” e “informazioni” direttamente a questa associazione, tenendone poi di conto nell’instaurare i rapporti con il malcapitato disabile che in questo caso si è creato qualche attrito all’interno dell’associazione stessa.
Il risultato è questo: al disabile viene fatta terra bruciata intorno, viene isolato e lasciato nella sua solitudine e con i suoi problemi, viene sottoposto ad una specie di “damnatio memoriae” che nessuno riesce a modificare. A me personalmente, che ho l’imperdonabile torto di essere disabile e anche spesso bisognosa di cure ospedaliere, i servizi non inviano, come sarebbe loro dovere, neanche più le comunicazioni di servizio, i bandi di concorso e via dicendo.
Questo a Torino.
L’ostracismo personale e personalistico viene mascherato dalle più varie e improbabili motivazioni che sarebbero risibili se non fossero tragiche per il disabile.
Insomma chi controlla i controllori? Cosa ne pensa la direzione dei servizi sociali? Cosa ne pensa il Sindaco di Torino?
Mi chiedo: ma il rispetto dei diritti della persona disabile con quale moneta si compra?
Quando si passerà dalle parole ai fatti e dalla spettacolarizzazione della vita del disabile alla concretezza del reale?
Monica Specchia |