di- Monica Specchia

Il tempo capovolto

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Chi  scrive queste righe
per mille ragioni
ha vissuto il suo percorso di formazione scolastica come fosse una corsa ad ostacoli  vivendo il passare d’ogni anno con tenacia  mista a paura, amore e rabbia.
Mi piacevano i libri fin da piccola, mi piaceva, immaginare storie e colorare e quando ai miei genitori e a me fu proposta la possibilità della mia integrazione nel sistema scolastico, fui io a svicolare dalla paura altrui dichiarando con l’ingenuità dei miei sei anni di volere anch’io un grembiule e una cartella com’era per gli altri bambini”. La legge già consentiva l’accesso all’istruzione primaria per le persone portatrici di handicap e quindi entrai in classe avendone pieno diritto, almeno sulla carta, perché nella realtà il primo impatto fu durissimo.

L’insegnante che mi accolse non era preparata a rendersi partecipe delle mie differenze né professionalmente né emotivamente. Temeva che la mia diversità fosse un problema irrisolvibile, ero "altro", distante in ogni senso dal senso comune della normalità. La mia lentezza, nei gesti e negli sguardi, era vissuta come un' "incombenza" da risolvere, non come l’investimento su di un’intelligenza da forgiare. I miei compagni percepirono la paura e per loro fui, in quei cinque anni, la compagna silenziosa che giocava “male“.
 
Vissi un isolamento fisico e psicologico che lasciò cicatrici profonde in me ed in chi mi stava accanto. La mia integrazione venne in qualche modo imposta ed accettata, arrivai alla fine di  cinque anni di scuola elementare timida come tutti i bambini e consapevole del dolore come pochi adulti.
Fortunatamente gli anni passarono, cambiarono i volti, gli approcci educativi, il mio mondo si riempi di colori ed affetti, ero consapevole della mia fragile unicità.
Fui un adolescente tristemente spensierata come molti adolescenti, una ventenne appassionata e attenta come molti ventenni, che mentre svolgeva il tirocinio per diventare maestra a sua volta, lasciava che i  “suoi allievi” giocassero con lei e la sua carrozzina e che nel vedere la loro spontaneità piangeva lacrime ingenue che avevano il sapore di una vittoria.  Vivevo e vivo, anche ora che sono laureanda in lettere moderne, su quattro ruote ed il dolore torna vivo, la differenza si trasforma da ricchezza in peso ogni volta che una porta rimane chiusa, un gradino nega l’accesso ad un aula, una legge nega l’insegnante di sostegno a qualcuno che come me allora  chiede di partecipare al gioco del mondo mettendo sul tavolo le proprie carte.

Sembriamo tornare a vivere un tempo capovolto che guarda più al passato che al futuro. I tagli agli insegnanti di sostegno nella scuola superiore ne sono un segno palese, il pressappochismo con cui in molti ambiti ci si occupa della formazione degli operatori che a più livelli si occupano delle persone portatrici di handicap che troppo spesso è  lasciata alla sensibilità (o peggio all'improvvisazione) di pochi, dimenticando l’importanza dell’acquisizione di competenze, la  necessità di dare alla persona in difficoltà una quantità d’informazioni differenti e di saperi differenti  che siano forniti  in una dimensione di continuità nella relazione tra portatore di handicap e mondo esterno ma anche tra le diverse figure educative che interagiscono in alcuni casi con il soggetto disabile.

Quali i luoghi di confronto? Quali i tempi e le risorse? Dopo l'anno del disabile, in cui i disabili sono stati visibili ed in alcuni casi sovresposti ad attenzioni prima impensabili, il dibattito  sull’integrazione tra " normodotati “e disabili in ambito universitario rimane un fatto episodico che necessita d’occasioni  e sollecitazioni specifiche. La veicolazione del concetto del diritto ad avere diritto può rimanere un fatto episodico? Io ho attraversato il tempo delle porte chiuse, ora molte  di queste sono aperte ma gli spazi sono vuoti. E’ tempo di progetti e contenuti. A noi la battaglia.

 Monica Specchia



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